martedì 7 luglio 2009

Made in Med, i valori del mare nostrum

Un interessante articolo di Luca M. Visconti, direttore didattico del Master in marketing e comunicazione della Bocconi
Più di un ventennio fa, molti teorici della globalizzazione prevedevano l’ineluttabile convergenza di stili di consumo, standard tecnologici e sistemi di offerta in un nucleo comune a livello planetario. Alcune marche sono state persino assunte come metafora della paventata globalizzazione, parlando di Disneyficazione o McDonaldizzazione dell’economia di mercato. C’è sicuramente un fondo di verità. Chi di noi, oggi, non usa proprio i ristoranti di McDonald’s come porto franco quando viaggia da un capo all’altro del globo? E chi, comunque, non li trova a ogni pie’ sospinto? La globalizzazione, tuttavia, ha portato con sé un’altrettanto accesa rinascita (rivincita?) dei localismi. Assieme a sapori, suoni, intrattenimenti globali riscopriamo il piacere per stimolazioni di mercato che affondano le radici in tradizioni uniche, in ricordi nostri o immaginati, in eccezioni alla regola dell’omologazione. Si tratta del contraltare della globalizzazione, rappresentato dalla tutela del ‘country of origin’ e del ‘made in’. Gli studi in materia sono molti ed eterogenei. Spesso la provenienza di un prodotto (in termini di design, produzione e/o assemblaggio) è considerata come una delle caratteristiche estrinseche di un bene, al pari del prezzo, della marca o del packaging. In tal caso, con riguardo ai processi di acquisto sembra provato che il peso del fattore ‘made in’ aumenti per i consumatori più giovani, più istruiti e ricchi, o ispirati da motivazioni patriottiche ed etnocentriche. Per altri, invece, il ‘country of origin’ non sarebbe uno dei tanti attributi considerati in fase di decisione d’acquisto, ma un elemento che darebbe un significato diverso a tutti gli attributi valutati. Giocherebbe quindi un ruolo trasversale, modificando le percezioni di prezzo, prodotto o distribuzione alla luce della provenienza certificata di un bene, soprattutto quando questi attributi non sono chiaramente comunicati al consumatore. Tradizionalmente, però, l’attenzione è stata rivolta alla base nazionale del ‘made in’, sia quando questo supporta l’immagine di prodotto (si pensi al made in Italy) sia quando invece ne costituisce un tratto critico (l’opposto caso del made in China).
Più recentemente, si sta affermando la possibilità di usare aree sovranazionali, come quella mediterranea, per attribuire al prodotto o alla marca particolari valenze. Il Mediterraneo può certamente essere letto in termini geografici, e dunque come collettivo di paesi che condividono lo stesso mare nostrum. Ad esempio, l’agenzia stampa Ansamed ha creato un network di 17 partner per offrire notizie aggiornate sui paesi mediterranei. Numerose iniziative di marketing territoriale hanno come obiettivo la crescita equa e bilanciata del bacino mediterraneo: si pensi all’Imed, Istituto per il Mediterraneo. E ancora, un’azienda come L’Occitane ha costruito la propria immagine di marca sulla localizzazione mediterranea, e provenzale in particolare, dei propri prodotti. Il ‘made in Med’, comunque, non si esaurirebbe nell’identificare una precisa provenienza territoriale del prodotto. In alcuni casi, infatti, il Mediterraneo è impiegato come metafora di un sistema di valori, dunque di un ‘way of thinking’, costruito attorno alla celebrazione della lentezza, della connettività, del rispetto per il pluralismo di vedute. Solo in questa prospettiva si può apprezzare la strategia di una marca come Camper, che invita i suoi clienti a “camminare, non a correre” o, ancor più sorprendentemente, a “non comprare il prodotto se non ne hanno davvero bisogno”. Le marche si fanno portatrici d’ideologie, e il Mediterraneo offre un portato di pensiero e tradizione unico, storicamente ricco e ancora oggi di grande (post)modernità. In sintesi, i prodotti made in Med certificano non solo un’autenticità territoriale ma anche un’autenticità ideologica che trascende i confini geografici e diventa un “localismo globalmente fruibile”.

domenica 5 luglio 2009

Dal mondo dell'agroalimentare

Il Marketing Mediterraneo nel mondo alimentare, certamente più di altri affine e attento alla categoria della mediterraneità e dei suoi valori, inizia ad affacciarsi.
Grazie alla diffusione del web, ai suoi sviluppi ed utilizzi sociali che hanno reso le persone più informate, più consapevoli, più critiche, dotate per la prima volta del potere forte di condividere opinioni, scelte, giudizi e in sintesi orientare anche pesantemente consumi e successi o insuccessi di merci e prodotti (Fabris parla di un consumatore che si è trasformato in consum-ATTORE, consum-AUTORE, addirittura in consumato-RE)!
Oggi ci sono i gruppi d’acquisto online, c’è Eataly, il cibo buono pulito e giusto di Slow Food occupa le copertine di GDO Week, tutte le insegne distributive dedicano risorse ingenti a sviluppare progetti Km0 o filiere corte produttore-consumatore…
Tutti segnali, forse amplificati da questa crisi generalizzata dei consumi, che indicano l’affermazione e il consolidamento tra le persone e nelle comunità di molti dei concetti fondanti e distintivi del marketing mediterraneo:
STOP iper consumismo
STOP sovreccitazione dei sensi
SI’ apprendere dal consumatore
SI’ SLOW
SI’ Tempo rallentato
SI’ Misura
SI’ Ricerca bene comune
SI’ Consumo come agire sociale
SI’ Tradizione
SI’ Localismo
SI’ Autenticità
SI’ Genius loci.
Insomma, sembra quasi che la società si sia di colpo “mediterraneizzata” e mi pare che i tempi siano finalmente maturi perché il marketing mediterraneo possa e debba affermarsi, diventando prassi, soprattutto a partire dal mondo alimentare.
Tutti noi, produttori, distributori ed operatori del mondo del cibo siamo quindi chiamati a re-inventarci, ri-creando prodotti, pack, modelli distributivi, strategie e tattiche promo-commerciali, strumenti di marketing e comunicazione finalmente originali, ma, soprattutto studiati partendo dalle voci e dalle indicazioni delle persone che saremo stati in grado di ascoltare.
L’applicazione del marketing mediterraneo contribuisce non solo a fare vendere di più, ma anche a fare vivere meglio.
Non è utopia!

Marketing Mediterraneo. Una prospettiva latina per il marketing postmoderno

lunedì 22 giugno 2009

Il Marketing politico non differisce da quello tradizionale

BASTA TENERE PRESENTI LE CARATTERISTICHE DI QUESTO MERCATO.
Paragonare le campagne politiche ad un mercato non è una operazione ardita, in quanto, il processo elettorale è in ultima analisi:
- Un operazione di scambio (voto per rappresentanza di specifici interessi)
- Tra attori in concorrenza (Partiti e Candiddati)
- I quali si rivolgono a dei consumatori (elettori)

- Attraverso dei distributori (media)
Lo scambio si concretizza con "l'acquisto" in cabina elettorale da parte del consumatore-elettore. L'esito della contesa sul mercato dipende dalle strategie poste in essere allo scopo di massimizzare i profitti. Il mercato politico presenta delle specifiche particolari rispetto a quello economico.

sabato 20 giugno 2009

Due domande sulla comunicazione politica.

Qual è oggi il ruolo dei social network nella comunicazione politica?In questi ultimi due anni c'è stato il fenomeno Grillo, che ha dimostrato quali possono essere le straordinarie potenzialità del social networking. Nessun partito o politico pensa di poter fare a meno di avere uno spazio Internet. I blog sono oramai frequentatissime agorà virtuali in cui maturano proposte e decisioni.C’è differenza tra un blog e Facebook?Dipende. Per i blog va fatto un discorso a parte. Impongono al politico uno sforzo di apertura e trasparenza e favoriscono la partecipazione dal basso. Credo, tuttavia, che il fenomeno vada ancora compreso in tutta la sua essenza. Influenza e dibattito libero non sono la stessa cosa. La domanda è: passeremo dalla "telecrazia" alla "blogcrazia"? Per quanto riguarda gli altri strumenti di social networking, tutto dipende dal contesto e dall'uso che se ne fa. Per capirci. L'uso politico di Myspace ha un senso negli USA, dove gli utenti Internet sono milioni e le distanze rendono spesso difficile un contatto diretto con l'elettorato, spingendo alla ricerca di surrogati mediatici "caldi". Ma in Italia le condizioni sono molto diverse. Qualche politico ha pensato di usare Twitter per fidelizzare emotivamente l'elettorato; ma solo nelle ultime settimane - e dopo alcuni fallimenti – si è capito che questo strumento può diventare una sorta di agenzia di stampa telematica personalizzata low cost. Siamo di fronte ad uno scenario caotico e stimolante. La politica ha a sua disposizione numerosi nuovi media dalle potenzialità poliedriche. Le finalità per cui utilizzarli dipenderanno dalla creatività e fantasia dei politici e, soprattutto, dai loro obiettivi. Un blog consente dialogo, discussione, partecipazione costruttiva anche attraverso funzionalità wiki. È un luogo di aggregazione simbolica ed emotiva, ma soprattutto una piazza virtuale in cui sviluppare un discorso razionale collettivo. Facebook nasce con finalità essenzialmente ludiche e ricreative. Può essere utile per stabilire un primo rapporto con il candidato politico, per conoscerne i tratti principali, differenziarlo dagli altri candidati, perfino stabilire un rapporto empatico virtuale con lui. Ma il rapporto comunicativo resta sostanzialmente asimmetrico, con una parte dominante (il politico) e una che si limita ad approvare o disapprovare. Aggiungerei che, mentre il blog politico impone quasi sempre un focus sui temi, Facebook ha un focus sui soggetti. Si tratta ovviamente di decidere se siamo più interessati al programma politico del candidato o ai suoi gusti musicali...

La comunicazione politica sul web.

Cerchi “Pd” con Google e il primo risultato che salta fuori, come previsto, è il sito del Partito Democratico. Scrivi “Pdl” e, invece del Popolo della Libertà, rischi di finire sulla pagina del “Partito comunista ticinese”. Sulla Rete, in effetti, la sfida di Berlusconi è iniziata in salita: il sito ufficiale del Partito Democratico funziona a pieno regime (tra news, forum tematici, blog e video) e può contare oltre 10 mila iscritti, mentre quello del Popolo delle libertà annaspa un po’. Vanno meglio gli altri siti della galassia “berlusconiana” (raggiungibili dall’home page del Pdl): soprattutto quello di Forza Italia, che nel frattempo si è trasformato in “Vota Berlusconi”. La campagna elettorale in “formato” 2.0 è finita anche sotto la lente dei blogger: come si legge su “Politicaduepuntozero”, «il portale del Pd è una sorta di network informativo autosufficiente, capace di definire una propria agenda sulle principali tematiche politiche, economiche, sociali e culturali. Le notizie sul partito e sul leader diventano, in modo apparentemente paradossale, quasi un aspetto marginale del pacchetto d’offerta informativa». Quello del Popolo della Libertà, invece, è «un meta-portale, vera e propria porta d’ingresso agli altri siti che gravitano intorno a questa fase del progetto politico berlusconiano: Forza Italia, Tv della Libertà, Giornale della Libertà e Circoli della Libertà».Ma insomma: chi vince in Rete? Facendo un confronto con Alexa (azienda americana che si occupa del traffico su Internet), il sito del Pd batte piuttosto nettamente quello del Pdl. I numeri confermano inoltre che, sul web, il marchio “Forza Italia” continua a essere più forte del “Popolo della Libertà”.E gli altri? L’impressione è che nessuna delle altre formazioni che vantano un candidato premier punti “forte” sulla Rete. Quelli de “La Destra” si limitano a piazzare il proprio simbolo in formato gigante sulla home page, relegando in basso documenti e link. “La Rosa Bianca”, difficilmente rintracciabile con Google, punta invece sugli interventi dei suoi esponenti, mentre la sezione “Crea la tua comunità” risulta ancora “in costruzione”. Sul sito dell’Udc – che correrà in solitudine dopo lo strappo con il Pdl – ampio spazio a notizie e dichiarazioni di Casini, Cesa e soci. E «la Sinistra? Non pervenuta. Almeno sul web, la rincorsa della Cosa Rossa appare quasi una “missione impossibile”.Poco incisivo lo sforzo di Di Pietro che ha puntato più sulla presenza televisiva.Chi invece è riuscito a far funzionare il web al meglio sono i Radicali.

sabato 30 maggio 2009

Suggerimenti di Marketing per ristoratori.

Quando il ristoratore si trova di fronte ad una flessione del ciclo economico della sua attività, può reagire in due modi: arrendersi e lamentarsi, o decidere consapevolmente di fare ciò che occorre per aumentare la sua quota di mercato. Fare Marketing è sempre importante, ma diventa necessario nei momenti di crisi. Ecco alcuni consigli utili di Marketing:
1 - Comunicare con i vostri clienti. Utilizzare la posta elettronica per inviare offerte personalizzate per i clienti abituali. Costruire un elenco di indirizzi e-mail invitando i clienti a lasciare biglietti da visita o a compilare un breve profilo del cliente incluso l'indirizzo email.
2 - Motivare il personale. Incentivarli ad essere più propositivi e più professionali con i clienti.
3 - Conoscere i clienti. Per essere più efficace, è necessario conoscere il vostro target. Accogliere personalmente i vostri ospiti. Quando il cliente ritornerà dovrà associare il vostro nome alla vostra faccia.
4 - Conoscere meglio la concorrenza. Visita periodicamente i tuoi concorrenti. Osserva ciò che stanno facendo per acquisire gli stessi clienti che voi state cercando.
5 - Identificare gli influenzatori. Sono coloro che assumono il ruolo di opinion leader e che sono molto ascoltati dall'opinione pubblica. La loro preferenza per il vostro locale sarà la migliore pubblicità.
6 - Mettere a fuoco i vostri sforzi. Focalizza le tue azioni di marketing all'interno di una zona compresa tra tre e cinque chilometri di raggio.